NON CI CREDO PIU’, ALLA FAVOLETTA DELL’INEFFICIENZA – Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato
Io non ci credo più, alla buona fede dell’inefficienza. Pur conscio che l’imbecillità, che è diffusissima, arrechi più danni della cattiveria, ormai non sottovaluto più la capacità di far passare per bonomia, educazione, disattenzione, imperizia ciò che invece è semplice, egoistico calcolo. Sì: quel che sembra disorganizzato è, al contrario, sommamente organizzato per non funzionare – o farlo in un certo modo, che è la stessa cosa.
Se non si riesce – per restare nel mio settore, che è quello della tutela dei diritti di ciascuno di noi – a rendere (od a mantenere) l’avvocato un professionista serio ed effettivamente decoroso, che possa assicurare al proprio cliente un tentativo qualificato e realistico di far valere un (presunto) diritto (dalla diffida alla mediazione, all’iscrizione della causa, all’istruttoria, alla conclusione del giudizio, alla concreta capacità di recupero del credito), è solo perchè non lo si vuole.
Il motivo originario è semplice: la lentezza ammazza, il burocratismo stordisce, l’efficienza è lasciata a pochi e mirati casi, l’insuccesso del singolo trova facili alibi e, nel frattempo, decine di migliaia di avvocati (spesso, gente davvero perbene), che non riescono letteralmente a lavorare, pagano contributi e tasse che non si possono permettere ad enti malgovernati – che assicurano, però, efficientissime rendite di posizione ai soliti noti.
La nostra “giustizia” è fatta, in gran parte, da professionisti tali solo per il titolo ma che, col tempo, stanno impoverendosi sempre di più e si intristiscono, invecchiano invano; continuando però, con stolida fiducia – invero, incoraggiata da sanzioni e cartelle esattoriali – a versare oboli che non corrispondono ad alcuna prospettiva reale.
E che non importi a nessuno – di quelli che, da questo sistema, traggono personale, puntuale giovamento – della fine che farà la categoria vi è una prova imbattibile: sempre più spesso, per poter accedere alle c.d. short lists bandite da enti di ogni genere, è chiesta la dichiarazione di regolarità previdenziale od anche l’iscrizione da un certo tempo al’Albo.
Che significa? Che un legale sfortunato o, solo, agli inizi, che spera, almeno, nella rotazione degli incarichi negli enti per poter lavorare, se non è in grado di versare i contributi alla Cassa oppure se è troppo giovane (!), non può nemmeno aspirare a tale opportunità – già poco degna di fede, invero.
Cosa dovrebbe fare, quindi? Anzi: cosa fa, dunque? S’indebita, chiede alla famiglia – quella d’origine, perchè una sua non se la potrà permettere – e poi, in fine, può solo disperarsi, innanzi al silenzio dei potenziali mandanti!
E inoltre: qualcuno mi spiega perchè l’Avv. Tizio, se non versa un paio di contributi alla Cassa e/o se è un neo-iscritto, non potrebbe degnamente difendere il Comune di Vattelapesca, magari in una causa dal valore contenuto?! Con i proventi della propria attività, potrebbe pagare proprio tasse e contributi e permanere nell’Albo!
Altra domanda: chi è quel professionista, in regola con i contributi, che vanta una bella esperienza professionale? Chi è già forte. Ebbene: che divenga ancora più forte! Quello lì deve ottenere (anche) l’incarico dal Comune di Vattelapesca, mica il trentenne.
E, magari, prova a brigare per ovviare a quel molesto divieto del terzo mandato consecutivo… o se ne fa beffe, alla faccia delle belle parole!
Al contrario, bisognerebbe regolare l’accesso alla professione, sin dal’università, rafforzare i poteri conciliativi e certificativi dei legali, associare fermamente qualsiasi contributo al reddito effettivo, incoraggiare il meridione e le donne, consentire il recupero effettivo e diretto di spese, competenze e sorti, snellire i procedimenti, valorizzare il telematico, per dirne alcune. Tutte cose semplici o, almeno, assai migliorabili. Sennò è chiaro che, aprendo giusto un pochino gli occhi, si vede che è solo il mero interesse di pochissimi che impedisce siano compiute.
Sopra ogni cosa, lo Stato dovrebbe essere regista di un patto tra le generazioni – i vecchi esperti e competenti ed i giovani volenterosi ed energici, tanto per intenderci – nel segno del rispetto reciproco, e non dello sfruttamento in nome del “mestiere da rubare“, cui fa da contraltare un progressivo, improduttivo disprezzo misto a rassegnazione.
Perchè sì, è vero che il più grande dono del maestro è aprire la propria bottega e lasciare che il pupillo riconosca ed imiti l’arte ma questo può andar bene per gli inizi, certo non per rapporti decennali che… diverranno fatalmente privi di qualsiasi regolamentazione e garanzia! Altrimenti, ciascuno perderà qualcosa: il maestro, l’interesse e l’utilità dell’allievo; il pupillo – non più tale – l’indipendenza, ed intendo quella di pensiero. Alla fine, è la società tutta che s’inaridisce.
Anche perchè, nel frattempo, noi avvocati non siamo più giovani nè volenterosi nè energici. Ed accade che lo scoramento pervada la categoria, si respiri nelle aule, nelle cancellerie, negli atri dei tribunali! Uno scoramento che è il perfetto humus per lo sviluppo delle asimmetrie di potere che vediamo ogni giorno all’interno dell’avvocatura e della giustizia in genere. E, così, il cerchio è perfetto.
Quindi: no, io non credo più alla semplice negligenza, alla banale superficialità. Al contrario: chi permette questo stato di cose misero e disumano nella giustizia, ai danni non solo degli avvocati ma di tutta la comunità, vanta una mente raffinatissima e brillante. Sarebbe da lodare, se non fosse malvagio.
Del resto, diceva un tal Baudelaire: “La più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esista”.

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